jump to navigation

Intolleranze alimentari, reazioni avverse ai cibi, allergie ed enzimopatie: un labirinto senza fine. Febbraio 3, 2009

Posted by puntorada in Sulle intolleranze alimentari...
Tags:
trackback

Questa breve rassegna si propone di fare il punto sulle conoscenze odierne riguardanti le intolleranze e le allergie alimentari. Per una migliore comprensione dell’argomento e per completezza faremo però un brevissimo accenno anche alle
intossicazioni da cibo. Questo perché nella recente classificazione da noi adottata, le intossicazioni vengono prese in esame (in aggiunta alle intolleranze e alle allergie) nell’ambito del vasto capitolo delle reazioni avverse al cibo. Così introduce il Ministero della Salute in una pagina del proprio sito istituzionale le cosiddette “reazioni avverse al cibo”, tentando una prima e timida classificazione sulla base di una vasta bibliografia che mira, però, al concetto di allergia e test sierici su base immunologica, piuttosto che test e diagnosi di origine biofisica.

E’ pur vero che molti laboratori oggi si stanno approfittando del termine “intolleranza alimentare” o “sensibilità alimentare” per nascondere meglio una vastità di truffe e inganni ai danni del consumatore, rendendo ancora più tragica e difficile ogni possibile determinazione terminologica. Ma il ministero della Salute avverte che tale classificazione è iniziata e che tenta di mettere ogni puzzle sintomatico e terminologico nel grande disegno della salute umana.
Bisogna però avvertire, secondo quanto giustamente affermato da più parti, che le reazioni avverse al cibo costituiscono una delle aree più controverse della medicina. Continua l’opuscolo del Ministero avvertendo il lettore, il medico e il cittadino che la medicina ufficiale non è ancora d’accordo su moltissime tesi dei vari laboratori nel determinare reazioni avverse tossiche o meno tossiche.

In verità già Ippocrate aveva osservato che l’ingestione di latte vaccino poteva portare in molti casi una sorta di “intossicazione alimentare”, tra cui cefalea, orticaria, e turbe dell’apparato gastrico. Lucrezio affermava: “quello che per un individuo è cibo, può essere per un altro veleno”, potremmo mai definirlo questo un atteggiamento irrazionale? In verità gli antichi medici avevano già compreso a fondo come l’alimentazione poteva essere causa di benessere ma anche di disturbi non necessariamente tossici, ma di natura più controversa.

L’Accademia Americana di Allergia ed Immunologia e successivi adattamenti da Leung (Leung A.: Food allergy: a clinical approach. Advances in Pediatrics), suggeriscono una serie di terminologie per codificare meglio questi fenomeni documentati di reazioni avverse al cibo, intolleranze e allergie. Per cui si stabilì di usare il termine omnicomprensivo di “reazione avversa al cibo” per tutti quei fenomeni non mediati da meccanismi immunologici. Tra le intolleranze erano comprese anche le false allergie al cibo, che secondo la definizione di Moneret-Vautrin, (Moneret-Vautrin D.A.: False food allergies: non-specific reaction to foodstuffs. In Lessof M.H., Editor, Clinical reaction to food, Wiley and Sons, Chichester,1983, p.13) sono dovute a reazioni farmacologiche o ad additivi.

Un posto a parte avevano gli avvelenamenti da cibo, ma questa è ovviamente un’altra storia clinica. A questo punto le difficoltà cliniche nella determinazione di questi fenomeni complessi cominciano a diventare ancora più articolati, e lo stesso Ministero della Salute inizia una serie di sottocategorie terminologiche per distinguere meglio le cosiddette reazioni avverse non immunitarie. Per cui si possono avere delle suscettibilità ai cibi che iniziano ad essere chiamate con il termine di “intolleranze”. Ma qui inizia la vera confusione per chi, per la prima volta, deve dare un nome ad un fenomeno che non conosce a fondo. Capita a tutti e capitò anche a Marco Polo quando per la prima volta si trovò al di là dell’orizzonte e incontrò un rinoceronte, ovviamente riferì di aver visitato la terra degli unicorni. La stessa cosa capita a chi viene dalla scuola clinico chimica e vorrebbe ridurre tutti i fenomeni fisiologici a meccanismi chimici ed immunitari, enzimatici ed ormonali. Per cui, secondo lo staff del Ministero della salute:
Intolleranze alimentari si dividono in:

1a) enzimatiche
1b) farmacologiche
1c) indefinite

Mentre le allergie
2a) IgE mediate
2b) non IgE mediate

Intossicazioni (che non dipendono dall’individuo, ma dalla dose)

A questo punto molti si domanderanno: che significa quel punto 1c? Che sarebbero le intolleranze alimentari “indefinite”? Purtroppo queste classificazioni si basano sui meccanismi, ritenuti tali, e non tanto sui sintomi. Ma nessuno ha preso in considerazione che quel punto 1c potrebbero non essere affatto mediate da meccanismi fisiologici di natura chimica bensì di natura Biofisica.
L’essere umano non è solo un ammasso di proteine, acqua e minerali, è un “essere elettromagnetico” costituito da una serie di forze fisiche, che stanno alla base di ogni buona reazione chimica. Una forza fisica è la frequenza specifica di un determinato alimento, ed oggi attraverso la tecnologia Palladium è possibile identificare frequenze stabili nell’ordine della quarta dimensione (cioè spaziali e temporali). Tutti sanno che le frequenze fisiche sono forze importanti anche nel campo militare, possono far crollare un ponte robusto se il passo cadenzato dei soldati entra in risonanza con quello delle strutture dei pilastri, il ponte va giù come cera calda. Ebbene anche nel campo dell’alimentazione, essendo un alimento non solo un ammasso di minerali e proteine, ma portatore anche di una sua frequenza biofisica, può avvenire lo stesso fenomeno. Ma il meccanismo è di natura totalmente differente non chimico bensì biofisico e anche la determinazione diagnostica delle intolleranze di cui al punto 1c “indefinite” saranno di origine biofisico-chimica.
Per procedere alla determinazione delle intolleranze biofisiche, che qui chiameremo biointolleranze, la metodica più valida attualmente è quella della tecnologia dei test MX sviluppata a metasostanza su piattaforma Palladium. Si immerge il tessuto biologico del paziente da analizzare in una metasostanza altamente salina che amplifica gli effetti delle frequenze a livello chimico senza alterarne la visibilità del segnale come farebbe un amplificatore operazionale, e si procede all’estrazione dello spettro di segnale del tessuto. Lo si confronta poi per cinque volte ripetutamente con ogni alimento e si genera un’onda di valore corrispondente medio, attraverso un algoritmo si determina il valore soglia dell’individuo e tutti gli alimenti che superano quel valore vengono posizionati a scalare in un grafico, saranno considerati alimenti intollereni, cioè a cui l’individuo è portato ad avere una intolleranza o reazione avversa al cibo “indefinita”.
La tecnica usata è unica al mondo e viene utilizzata dai laboratori Daphne Lab che ne detengono i Brevetti, studi di affidabilità del sistema condotta dall’ASL Na3 dipartimento di MnC, hanno dimostrato che i BioTest MX godono di una ripetibilità ed attendibilità del 94%. Ecco perché si parla oggi di terza generazione di test lasciando indietro le vecchie macchinette EAV o Vega test che misurano solo la conducibilità della pelle a contatto con alimenti isolati elettricamente da fiale di vetro, oppure la prima generazione di test che usava la forza muscolare del kinesiologico per determinare appena una ventina di alimenti alla volta. Con i nuovi sistemi MX si è arrivati alla determinazione numerica e percentuale di 600 alimenti, 6 indici biologici, diete, protocolli, valutazioni, vitamine, minerali, metalli tossici … insomma il termine “terza” come generazione è di gran lunga coerente. Anche perché lo staff della Daphne Lab si dedica da anni allo studio di questi fenomeni dal punto di vista biofisico scoprendo meccanismi di fisiologia dei condensatori micro cellulari molto interessanti sul piano clinico.
A questo punto parrebbe chiaro che nessun’altra confusione terminologica potrebbe essere stata fatta, invece, continuando a leggere l’opuscolo del Ministero della Salute, si comincia a comprendere come la mancanza di base di ogni fenomeno fisico compromette ogni terminologia clinica e la tesi degli “esperti in reazioni avversa agli alimenti” continuando ad elucubrare sul quel fatidico punto misterioso ed oscuro, il punto 1c, riuscirono solo ad ingarbugliare ancora di più la teoria. “Essendo questa classificazione basata su meccanismi piuttosto che su sintomi, non sono state prese in considerazione come gruppo le false allergie al cibo di Moneret -Vautrin. Queste false allergie, dovute a reazioni farmacologiche al cibo oppure ad additivi, andranno così scisse in: reazioni farmacologiche, da collocare tra le intolleranze farmacologiche e reazioni da additivi, da collocare per esclusione tra le intolleranze indefinite”. Ecco dunque che le false allergie o false intolleranze dovute ad additivi piuttosto che al cibo stesso, vengono confuse con il punto 1c delle intolleranze non definite.
Eppure, dopotutto questo guazzabuglio di confusione ministeriale per i termini allergologici, neanche lo staff del Ministero si è confuso nel mischiare “intolleranze alimentari” con il termine “celiachia” che addirittura non menziona, se non a latere, marcando che questa patologia è di natura fenomenologica nettamente differente dalle allergie, dalle intolleranze indefinite o da altre patologie da reazione avversa al cibo. Non si capisce perché, allora, molti medici che si rivolgono a noi ancora confondono la celiachia con le intolleranze, è come ritenere il diabete sinonimo del favismo. Sicuramente la confusione è generata dal fatto che molte associazioni onlus chiamano la celiachia con il termine di “intolleranza al glutine” e da qui facilmente il paziente userà la terminologia di intolleranze alimentari perché gli è più consono nel proprio bagaglio culturale. Ma attenzione, a voi che siete medici, farmacisti, biologi o professori universitari, a fare ben distinguo, netto e preciso, circa quello che è intolleranza dalla celiachia, così che in un futuro l’informazione non diventi caos e il paziente non possa morire per mano di una cattiva diagnosi e di una saggia ignoranza.

Anche se sappiamo che Per quanto riguarda la prevalenza delle reazioni avverse al cibo nell’adulto, in uno studio olandese essa è stata stimata (considerando intolleranze ed allergie insieme) essere del 2,4% (Jansen J.J.N., Kardiaal A.F.M., Huijber G. et al.Prevalence of food allergy and intollerance in the adult Dutch population. J Allergy Clin Immunol 93,446,1994). Poiché gli adulti soffrono di allergie al cibo meno del bambino, è stato stimato che la prevalenza dell’allergia al cibo nell’adulto sia meno dell’1-2% (Sampson H.A., Metcalfe D.D.: Food allergies. JAMA 268,2840,1992). Mentre la prevalenza delle intolleranze agli additivi nell’adulto sarebbe ancora più bassa, dello 0.01 – 0.23% (Young E., Patel S., Stoneham M., Rona R., Wilkinson J.D.:
The prevalence of reaction to food additives in a survey population. J Royal College of Physicians of London 21,241,1987). Ecco perché, in tal caso, un test adeguato sulle intolleranze da additivi e conservanti era necessario, e con la stessa tecnologia dei BioTest MX nascono i Pannelli S, una rivoluzione in fatto di test sugli additivi che comprendono conservanti, coloranti, esaltatori di sapori, molti OGM, altri di sintesi e alcuni naturali.
Uno degli aspetti più importanti delle reazioni umane agli effetti delle intolleranze alimentari restano senza dubbio quelli dei bambini. In uno studio prospettico di 480 bambini seguiti durante i primi 3 anni di vita, Bock trovò che l’8% avevano avuto reazioni avverse a vari cibi, compresi frutta e succhi di frutta (confermate da test di provocazione in aperto), con presenza di sintomi già nel primo anno di vita nell’80% dei casi (Bock S.A.: Prospective appraisal of complaints of adverse reactions to food in children during the first 3 years of life. Pediatrics 79,683,1987). Il bambino ha caratteristiche immunitarie, metaboliche e biofisiche differenti dall’adulto, ma anche bisogni nutrizionali distinti e difficili da compensare sia come carenze che come gusti. Senza dubbio ha una dieta diversa dall’adulto e il test delle intolleranze Junior deve essere concepito a scopi pediatrici e con caratteristiche differenti da quello adulto. Per tale ragione la Daphne Lab ha ideato un test delle intolleranze alimentari pediatrico definito thema junior, con indici di aminoacidi, vitamine e minerali per alimenti, e referti di alimenti differenti per il bambino al fine di costruire una dieta equilibrata e nutritiva che rispetti le reazioni avverse del piccolo ma non sia peggiorativo sul piano nutrizionale.
Nei bambini la probabilità di sviluppare allergie è molto più elevata di quello degli adulti. Studi prospettici eseguiti in vari Paesi hanno mostrato che circa il 2.5% dei bambini nel primo anno di vita hanno reazioni allergiche al latte vaccino (Sampson H.A.: Food allergy. Part 1: Immunogenesis and clinical disorders. J Allergy Clin Immunol 103,717,1992. Part 2: Diagnosis and management. Ibid. p.981). Altri autori danno, per l’allergia al latte vaccino, che è la più frequente, cifre che vanno dall’1.8 al 7.5% (Høst A., Bahna S.L.: Cow’s milk allergy. In: Frieri M.,Kettelhut B., Edts, Food hypersensitivity and adverse reactions, Marcel Dekker, N.Y., 1999, p.99). Persino bambini allattati esclusivamente al seno possono reagire contro proteine che dalla dieta della madre vengono trasferite nel latte materno: l’incidenza è di circa lo 0.5% (Høst A., Koletzko B., Dreborg S., et al.: Dietary products used in infants for treatment and prevention of food allergy: Joint statement of the European Society for Pediatric Allergology and Clinical Immunology (ESPACI) Committee on Hypoallergenic Formulas and the European Society for Pediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. Arch Dis Child 81,80,1999.). La prevalenza dei disturbi dovuti agli additivi, in uno dei pochissimi studi eseguiti sul bambino, è dell’1-2% (Fuglsang G., Madsen G., Saval P., et al.: Prevalence of intollerance to food additives among Danish school children. Pediatr Allergy Immunol 4,123,1993).

Dr. Luigi Di Vaia
Naturopata laureato Jean Monnet Bruxelles
© tutti i diritti riservati 2008