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INTRODUZIONE

Terapeuta e paziente: aspetti di uno stesso fenomeno

A volte pensare ad un mondo fatto di soluzioni è un altro modo di vedere i problemi da altri punti di vista. E, in un certo senso, trovare soluzioni terapeutiche innovative e naturali è il miglior modo di affrontare le patologie in una visione serena della vita. Eh si, perché oggi tutti hanno paura delle patologie come si ha paura dei problemi, si pensa a soluzioni drastiche irreali per non dover pensare mai a nessun problema reale. Ma così facendo non si comprende che una volta pensata la soluzione già fai parte del problema. E quando già hai o stai cercando una strategia terapeutica, sei già parte integrante della malattia.

Allora qualcuno ha inventato il distacco clinico, l’indifferenza funzionale emotiva, il contro transfert e addirittura in filosofia l’epochè husserliana come tecnica di sospensione del giudizio quando si analizza un fenomeno. Tanti modi colti per dire “io sono distaccato dal problema e non lo giudico”, in un certo senso neurolinguistico è come dire “non penso all’elefante rosa”. Ma per ogni tentativo che fai, devi necessariamente pensarlo. È come quando voler proporre, come esercizio di rilassamento, ad un gruppo di passeggeri che per la prima volta affrontano il volo aereo, la tecnica di pensare in continuazione: “l’aereo è un mezzo sicuro e non precipiterà mai, non pensare che l’aereo sta precipitando e che si sfracelli al suolo nelle fiamme e nella morte, non pensarlo”. Ecco perché nel momento grammaticale ed eterno del nostro apparato linguistico, appena pensiamo ad una soluzione è solo perché stiamo facendo già parte del problema. Sembra una affermazione koan zen, ma forse – dopo tutto – lo è.

Io credo che esista solo un modo per non far parte del problema e trovare una grande soluzione … far parte di un altro problema. Non c’è via di scampo, se entri in un area non problematica non riesci a trovare soluzioni grandi e conformi, solo se sei dentro il problema riesci a far scattare un insight illuminante capace di essere la soluzione decisiva al problema. Se cerco la chiave non posso fare a meno di pensare a come è fatta la serratura, le due cose non sono inscindibili fanno parte della stessa matrice. Se coltivi la terra non puoi fare a meno di sporcarti le mani. E se stai impastando una soluzione non puoi far a meno di sporcarti le mani con il problema.

Accettare questa realtà naturale dei fenomeni è già un grande passo per un operatore del benessere, che essendo un umano, con tutti gli istinti irrimediabili di fuggire dinanzi ad ogni problema, cercherà di trovare solo soluzioni senza problemi, oppure farà emergere problemi falsi per trovare soluzioni di cartapesta, ed essere al contempo felice e contento.
L’essere umano e biologico nutre un’eterna ed atavica paura dei problemi, perché ricordano il caos, la mancanza di ordine e di stabilità. Un problema come una malattia sintomatica è più simile alla morte che alla vita, è un margine dal quale molti farebbero bene a stare lontani, e tutti vorrebbero non pensarci mai. Tranne un iniziato, che quel margine, lo supera senza problemi.

Non appartenere ad un piano di problemi ma appartenerne ad un altro per trovare una soluzione è una tecnica artificiosa per sporcarsi le mani con un altro problema con il quale si è meno in empatia. Si, perché la parola chiave in questa faccenda clinica è certamente empatia che ha tutta la carica del pathos. In verità il termine, oggi accettato in tutta la tecnica clinica soprattutto nella medicina non convenzionale, è di origine greca ed empateia stava a significare il legame emotivo tra cantore e il pubblico durante una commedia. In genere l’atto clinico e ambulatoriale spesso è una commedia, nel vero senso di una drammatizzazione in opera di un rito, ma nel caso del termine esso venne poi equiparato al termine tedesco einfühlung coniato dal filosofo Vischer.

Ma solo più tardi venne ricordato da S. Freud e da Carl Rogers nella terapia, ma solo come concetto marginale. Il merito fu di Heinz Kohut che lo introdusse a pieno titolo nell’area psicoanalitica. Eppure, all’inizio, il termine era riferito a quell’atto emotivo di comprensione tra due soggetti, o anche soggetto-oggetto nella tradizione orientale. Una sorta di contemplazione mistica, di unione, di yoga dei sensi.
Si pensa che questa facoltà sia solo di origine più recente della specie umana, che ha affinato il suo istinto di sopravvivenza attraverso la comprensione delle emozioni degli altri umani e animali, e quindi anche dei punti di vista di altri (cosa più complessa che venne elaborata dopo il periodo ellenico-aristotelico). Attraverso questa capacità empatica, che è propria dell’uomo, si comprende come siano potuti avvenire tutti quei fenomeni di animismo e di panteismo delle società antiche sciamaniche. Per cui l’uomo vedeva e percepiva in ogni oggetto inanimato, un’anima, una essenza vitale, e spesso una scintilla divina.

Questa prima percezione empatica del mondo ha fondato la rivoluzionaria medicina sciamanica basata sul concetto di empatia con il tutto, poi resa sterile dalla ragione e razionalizzata dal pensiero epistemologico positivista. Ma è concreto una certa tendenza a voler ritornare alla medicina delle origini attraverso una nuova ipotesi di empatia. Un nuovo aggancio empatico alla realtà che ne fonda nuovi schemi per un rivoluzionario modello dell’universo.
Vi sono però tecniche e persone che usano tali metodi che sospendono ogni empatia con il prossimo, in certi studi clinici e certe scuole di pensiero è fondamentale la sospensione empatica per la corretta analisi di un fenomeno clinico nel suo reale avvenire. Certamente direbbe Heinz Kohut che tale disturbo rientra in quello che lui chiamò “disturbo narcisistico di personalità”, e additerebbe questo metodo come una patologia al cui soggetto manca la capacità di provare empatia verso il prossimo. È un vero e proprio disturbo clinico formulato dallo psicanalista austriaco Kohut nel 1971.

Ed eccoci che si vede il cerchio chiudersi su se stesso: alcune scuole di clinica ammettono di non partecipare al problema del paziente distaccandosi dal problema con epochè (sospensione del giudizio e annullamento dell’empatia), ma si rifugiano dietro a quello che la stessa clinica denota essere un disturbo psicologico di personalità. Da un problema sono andati a finire in un altro problema. Per cercare una soluzione non si può certo scappare dal problema, ci si finisce sempre dentro.
Quindi se la soluzione sta nel problema e il mondo è problematizzato perché soluzione e problema appartengono alla stessa medaglia, è anche giusto considerare che per ogni problema vi è sempre una soluzione e spesso anche più di una. È una legge fondamentale della natura e della linguistica. Se ho un problema è solo perché c’è soluzione da qualche parte, non la vedo ma esiste per forza, altrimenti il mio non è un problema ma un paradosso. I paradossi sono linguisticamente dei circuiti con-chiusi e non ammettono soluzioni, mentre i problemi sono disordini lineari che ammettono sempre soluzioni, difficili da trovare a volte o spesso difficili da applicare ma sempre possibili.

Che un ragazzo al pronto soccorso sia entrato in coma perché nessuno è stato capace di trovargli una camera operatoria per operarlo a quel brutto ematoma cerebrale, sembra essere un paradosso tutto italiano, ma è un problema che ha molte soluzioni ma a nessuno interessa applicarle e a tutti interessa far finta che non esistano. Si gioca con la vita delle persone tra paradossi e problemi, nella ricerca affannosa di soluzioni ergonomiche che massimizzino i risultati e minimizzino le spese sanitarie. È solo bella teoria!

A nessun politico interessa veramente minimizzare spese sanitarie, e tutti i progetti parasanitari che portino questo marchio infame sono pericolosi agli occhi del sistema politico.
Ebbene stiamo nel problema come l’occhio sta nel campo visivo. Facciamo parte del sistema perché lo fondiamo e gli diamo forza. I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Il mio limite al problema rende parziale la mia soluzione. È questo l’incommensurabile inseguirsi di soluzione e problema, questo gioco instancabile, a far si che l’intero eco-sistema del problema-soluzione sia un sistema complesso. Non è un sistema ordinato, geometrico e lineare. Una società ordinata come la ex URSS crolla in pochi mesi di crisi, anche il sistema metabolico se troppo ordinato è in verità morto, crolla, decade, si sfalda.

Allora ti capita di pensare che il mondo non è bello come una lastra di ghiaccio, liscia, eterna e fredda, distante, granitica come una roccia levigata di cristalli di neve, ma è fatto di ambiguità, di stranezze, di oggetti complessi e di paradossi e non puoi fare a meno di camminare su un mondo fatto così ruvido altrimenti sul ghiaccio scivoleresti di sicuro, il giaccio, quella cosa bella e luminosa, la puoi solo guardare ma non interagire, invece se vuoi interagire con il mondo devi aspettarti che sia rugoso, informe, melmoso e strano. Devi sporcarti.

Devi anche aspettarti che molti problemi non troveranno soluzione e molte soluzioni generano nuovi ed inaspettati problemi. Così come nuove soluzioni farmaceutiche generano nuovi problemi nazionali e nuove soluzioni cliniche generano molti problemi personali ed etici. Non è facile camminare in questa terra sconnessa ma è un terreno dove almeno è possibile camminare e non solo ammirare. In una terra tutta ghiaccio e nessun problema da risolvere nessuno potrebbe mai camminarci sopra. Sul nostro territorio fatto di problemi quotidiani, invece, è bello passeggiarci per quella infantile sfida di trovarci ogni tanto una soluzione straordinaria che solo noi, esseri umani, riusciamo a cogliere.

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